Il cammino e la collina – Atto I Primo giorno – Lo sbarco a Pozzuoli


La nave entrò nel porto di Pozzuoli quando il sole non aveva ancora preso possesso del cielo.

La luce era bassa, inclinata, e faceva brillare l’acqua come metallo appena fuso. Le funi furono lanciate, afferrate da mani esperte, tirate con colpi secchi. Il legno dello scafo gemette contro la pietra del molo.

Pozzuoli era già sveglia.

Il porto non dormiva mai davvero: pescatori che rammendavano le reti, mercanti che contavano le anfore, schiavi che correvano con il capo chino. L’odore del mare si mescolava a quello del pane caldo che usciva dalle botteghe.

Paolo rimase seduto finché tutti non furono scesi.

Le catene ai polsi gli segnavano la pelle, ma il volto era calmo, concentrato. Guardava la riva come si guarda una soglia: non con timore, ma con attenzione.

— Scendi.

La voce del centurione Giulio era ferma, abituata a essere obbedita.

Paolo si alzò lentamente. I piedi toccarono il molo, freddo di salsedine.

Paolo non aveva l’aspetto di un uomo imponente.

Era di statura non alta, il corpo segnato dai viaggi più che dalla forza. Le spalle leggermente curve raccontavano più strade percorse che battaglie vinte. Il volto era scavato, incorniciato da una barba scura, non lunga ma trascurata, come quella di chi bada più alle parole che allo specchio.

La fronte era spesso arricciata, solcata da piccole pieghe profonde, come se anche nel silenzio stesse interrogando il mondo. Non era un segno di durezza, ma di attenzione continua, di pensiero mai spento.

Gli occhi colpivano subito.

Piccoli, profondi, sempre in movimento. Non fissavano le persone per dominarle, ma per capirle. Quando parlava, non gesticolava molto: lasciava che fosse lo sguardo a precedere la voce.

Le mani portavano i segni del lavoro e delle catene.

Non mani da soldato, ma da uomo che aveva scritto, camminato, sofferto. In lui non c’era nulla di solenne, e proprio per questo risultava difficile ignorarlo.

— Benvenuto a Pozzuoli, disse Giulio. Da qui in poi sei solo un nome su un ordine.

Paolo alzò lo sguardo verso la città.

— Sono un uomo mandato, rispose. Non consegnato.

Giulio serrò la mascella.

— Non parlare alla folla. Non insegnare. Non provocare.

— Non cerco folle, disse Paolo. Cerco uomini.

Camminarono lungo il porto.

La gente osservava prima le catene, poi gli occhi. Alcuni si fermavano, altri rallentavano il passo senza sapere perché.

Un pescatore, con le mani ancora bagnate, li fissò.

— Chi è?

— Un prigioniero, rispose Giulio.

Paolo si voltò verso l’uomo.

— Sono un apostolo, disse. E tu sei stanco.

Il pescatore aggrottò la fronte.

— Stanco sì. Ma libero.

— La libertà non si misura senza catene, rispose Paolo. Si misura quando il cuore non è in vendita.

Giulio fece un passo avanti.

— Basta così.

Ma il pescatore non rise. Non replicò. Tornò al suo lavoro, più lento di prima.

Lasciato il porto, raggiunsero una casa poco distante.

Muri chiari, una porta consumata, odore di pane appena cotto. Una donna li osservava sulla soglia.

— Tu sei Paolo, disse. Non era una domanda.

Giulio intervenne subito:

— È sotto la mia custodia.

Paolo sorrise appena.

— Sono sotto una custodia più antica.

La donna si chiamava Lidia. Li fece entrare senza aggiungere altro.

La stanza era semplice, ma luminosa. Un tavolo, alcune sedie, una brocca d’acqua.

Paolo si sedette. Le catene restarono. Nessuno le guardò.

Nel corso della mattinata arrivarono altri.

Non una folla, ma volti: un mercante curioso, una madre silenziosa, un vecchio che ascoltava senza parlare.

— Dicono che parli di un Dio crocifisso, disse il mercante.

— Parlo di un Dio che non ha avuto paura di soffrire, rispose Paolo.

— Un Dio debole, rise l’uomo.

— Un Dio che ha scelto di stare dalla parte dei deboli, rispose Paolo.

Giulio batté la mano sul tavolo.

— Ricorda dove sei.

Paolo lo guardò, senza sfida.

— Lo so, disse. Sono in mezzo agli uomini.

La madre parlò a bassa voce.

— Se Dio ama, perché il dolore?

Paolo si alzò lentamente. Il ferro tintinnò.

— Il dolore non viene da Dio, disse. Ma Dio non vi lascia soli dentro il dolore.

Nessuno parlò più.

Fuori, Pozzuoli continuava a vivere. Dentro, qualcuno aveva smesso di correre.

Nel pomeriggio Paolo camminò per le strade, sempre accompagnato. Non alzava la voce. Si fermava, ascoltava, rispondeva.

— Il mondo corre, disse a un giovane. E chi corre smette di vedere chi cade.

— La fede non è rifugio, disse a un altro. È responsabilità.

Giulio osservava. Non interveniva più subito.

Annotava dentro di sé, senza volerlo.

Quando il sole cominciò a scendere, il porto si tinse di rosso.

Le barche rientravano. Le ombre si allungavano.

Giulio si avvicinò.

— Per oggi basta.

Paolo annuì.

— Il primo giorno è sempre ascolto, disse. Le parole vengono dopo.

Camminarono verso la casa.

Il rumore del porto si attenuava.

Le catene erano le stesse del mattino.

Ma Pozzuoli, dopo un solo giorno, non lo era più.

E nemmeno Giulio.

🔔 Continua

Nella prossima parte: i sette giorni di San Paolo a Pozzuoli.


ℹ️ Avvertenza ai lettori

Questo racconto è un’opera di fantasia.

La narrazione si ispira ai viaggi storici di San Paolo Apostolo e al suo percorso verso Roma, così come riportato nelle fonti antiche, intrecciando immaginazione narrativa, contesto storico e tradizione locale.

I luoghi, i personaggi e gli avvenimenti ambientati nelle terre dell’odierna Casale di Carinola sono frutto di ricostruzione letteraria e non costituiscono una ricostruzione storica documentata.

Il racconto non intende affermare certezze storiche, ma immaginare un passaggio, dando voce alla memoria dei luoghi e al loro valore simbolico.



✍️ Redazione

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