Questo racconto è un cammino. Se stai iniziando da qui, il viaggio di Paolo è già cominciato. La prima parte, pubblicata in precedenza, racconta lo sbarco a Pozzuoli e l’inizio di un percorso fatto di incontri, parole scomode e silenzi carichi di senso. 👉 Puoi leggere la prima parte a questo link: https://piazzettaonline.blogspot.com/2026/01/il-cammino-e-la-collina-atto-i-primo.html?m=1
La seconda e la terza parte a questo link:
https://piazzettaonline.blogspot.com/2026/01/il-cammino-e-la-collina-il-cortile-dei.html?m=1
Parole e potere
Il quarto giorno non iniziò con il rumore della folla, ma con il silenzio.
Il cielo era basso, coperto, come se il mare avesse spinto le nuvole fin dentro la città. Pozzuoli appariva più grigia, meno indulgente. Le pietre del cortile erano fredde sotto i piedi, l’aria più pesante dei giorni precedenti.
Paolo era già lì.
Giulio arrivò poco dopo, solo. Senza soldati. Questo, da solo, era un segnale.
Si fermò a pochi passi da lui.
— Tu stai facendo parlare troppo i miei uomini — disse, senza preamboli.
Paolo non abbassò lo sguardo.
— Parlano perché sono uomini, non perché io glielo ordino.
— No — ribatté Giulio. — Parlano perché tu li spingi a dubitare.
— Il dubbio non è un’arma — disse Paolo. — È una ferita che esisteva già.
Giulio serrò la mascella.
— Io comando soldati. Non filosofi.
— Eppure — rispose Paolo — li mandi a morire come se fossero entrambi.
Un silenzio teso si stese tra loro.
— Sai cosa vedo io? — disse Giulio. — Vedo un uomo che usa le parole come altri usano il ferro.
— E io vedo un uomo — replicò Paolo — che usa il ferro per non dover ascoltare.
Giulio fece un passo avanti.
— Senza ordine, tutto crolla. Senza Roma, il mondo si lacera.
— Il mondo si lacera con Roma — disse Paolo. — Solo che lo fa lentamente, così nessuno se ne accorge.
— Questo è tradimento.
— No — rispose Paolo. — È memoria.
Giulio rise, ma era un riso vuoto.
— Memoria non sfama, non difende, non governa.
— Neppure il potere — disse Paolo — se non sa perché esiste.
Giulio lo fissò a lungo.
— Tu non hai idea di cosa significhi tenere insieme uomini armati, affamati, lontani da casa.
— Ce l’ho — disse Paolo. — Significa portarli dove non vorrebbero andare e chiedere loro di chiamarlo dovere.
— È così che funziona il mondo.
— È così che il mondo si rompe.
Il vento entrò nel cortile. Fece tremare una lancia appoggiata al muro.
— Tu parli di giustizia — disse Giulio. — Ma non hai mai dovuto scegliere chi sacrificare per salvare gli altri.
Paolo lo guardò con intensità.
— Ogni potere si racconta questa storia.
Che qualcuno deve soffrire perché altri stiano bene.
E ogni volta è una menzogna più comoda della verità.
— E qual è la verità? — scattò Giulio.
— Che nessuno è sacrificabile — rispose Paolo. — Eppure continuate a contarli come numeri.
Giulio strinse i pugni.
— Se tutti la pensassero come te, non resterebbe nulla.
— Resterebbero gli uomini — disse Paolo. — Finalmente.
Il silenzio tornò a cadere, più pesante di prima.
Giulio abbassò la voce.
— Sai cosa temo?
— Dimmi.
— Che tu abbia ragione.
E che questo renda inutile tutta la mia vita.
Paolo non sorrise.
— Nessuna vita è inutile se trova il coraggio di guardarsi.
Giulio fece un passo indietro.
Riprese la distanza del comandante.
— Da oggi — disse — limiterai le parole.
Non perché ho paura di te.
Ma perché so quanto possono pesare.
Paolo annuì.
— Le parole pesano solo su chi le sente vere.
Giulio si voltò.
— Preparati.
— A cosa?
Giulio non rispose.
Si allontanò lasciando dietro di sé il rumore dei passi che rimbalzava sulle mura.
Paolo restò fermo.
Il mare, oltre il cortile, era agitato.
Quel giorno nessuno parlò più.
Ma lo scontro aveva già aperto una crepa che nessuna disciplina avrebbe potuto richiudere.
Le conseguenze
Quel giorno Pozzuoli sembrava identica a se stessa.
Stesso mare, stesse mura, stessi rumori lontani.
Ma nulla era uguale.
I soldati si muovevano nel cortile con gesti più lenti, come se ogni passo avesse improvvisamente un peso. Le armi erano le stesse, ma nessuno le toccava per abitudine. Si parlava poco. Quando accadeva, era a bassa voce.
Paolo sedeva all’ombra del muro. Non cercava nessuno. Non chiamava. Aspettava.
Fu Marcus Vibius il primo a cambiare qualcosa.
Vide un ragazzo del porto rovistare tra gli scarti lasciati dai soldati.
Avrebbe potuto scacciarlo. Invece gli fece cenno di avvicinarsi. Gli porse un pezzo di pane, senza guardarlo negli occhi, come se temesse di essere visto.Il ragazzo scappò via stringendo il pane al petto.
Marcus restò fermo un istante.
Poi tornò ai suoi compiti, ma con un volto diverso.
Titus Flavius osservava la scena da lontano.
Quel gesto semplice lo disturbava più di mille discorsi. Perché non violava ordini, ma li aggirava. E questo lo rendeva pericoloso.
Poco dopo, un mercante entrò nel cortile per consegnare provviste. Pretese più monete del pattuito.
— I prezzi sono saliti — disse.
Titus Flavius strinse la cinghia dell’elmo.
— No — rispose. — Il tuo coraggio sì.
Pagò il giusto.
Il mercante protestò, ma se ne andò.
Gaius Septimius, che aveva visto troppi villaggi bruciare per meno, annuì in silenzio.
— Non ci stiamo ribellando — mormorò a Marcus.
— Stiamo ricordando.
Paolo non disse nulla.
Ma vedeva.
Giulio arrivò più tardi del solito.
Camminava con la schiena dritta, come sempre, ma gli occhi tradivano una veglia lunga. Osservò i suoi uomini uno per uno. Capì subito.
Non servivano rapporti.
Le conseguenze non fanno rumore.
Si fermò davanti a Marcus Vibius.
— Hai distribuito cibo senza autorizzazione?
Marcus non mentì.
— Sì.
Giulio lo fissò.
— Perché?
Marcus deglutì.
— Perché ne avevamo più del necessario.
Un silenzio teso.
Giulio si voltò verso Titus Flavius.
— Hai contrattato senza seguire il prezzo imposto.
— Ho pagato il giusto.
— Secondo chi?
— Secondo me.
Giulio inspirò lentamente.
— E tu, Gaius Septimius?
— Ho lasciato andare un uomo che rubava — rispose. — Non aveva pane da due giorni.
Giulio restò immobile.
Poi guardò Paolo.
— Questo è il tuo lavoro?
— No — disse Paolo. — È il loro.
Giulio strinse le mani dietro la schiena.
— Le mie legioni non sono un luogo di coscienza.
— Sono fatte di coscienze — rispose Paolo. — Solo che Roma preferisce non vederle.
Un altro silenzio. Più profondo.
Giulio parlò piano, ma ogni parola cadeva netta.
— Se vi punissi, confermerei ciò che dite.
Se vi ignorassi, perderei il comando.
Guardò i suoi uomini.
— Tornate ai vostri compiti.
Nessuna punizione. Nessun elogio.
Quando restarono soli, Giulio si avvicinò a Paolo.
— Non ti ho fermato — disse. — E questo mi rende complice.
— No — rispose Paolo. — Ti rende uomo.
Giulio scosse la testa.
— Le conseguenze arrivano sempre.
— Sì — disse Paolo. — Ma non sempre sono quelle che temiamo.
Giulio si allontanò.
Quel giorno nessuno parlò di ordini, né di Roma.
Ma qualcosa era cambiato.
Non abbastanza da fermare un impero.
Abbastanza da non essere più gli stessi.
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ℹ️ Avvertenza ai lettori Questo racconto è un’opera di fantasia. La narrazione si ispira ai viaggi storici di San Paolo Apostolo e al suo percorso verso Roma, così come riportato nelle fonti antiche, intrecciando immaginazione narrativa, contesto storico e tradizione locale. I luoghi, i personaggi e gli avvenimenti ambientati nelle terre dell’odierna Casale di Carinola sono frutto di ricostruzione letteraria e non costituiscono una ricostruzione storica documentata. Il racconto non intende affermare certezze storiche, ma immaginare un passaggio, dando voce alla memoria dei luoghi e al loro valore simbolico.
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