Nel discorso di fine anno del Presidente della Repubblica parole chiare, sobrie e profonde. Un messaggio che interpella soprattutto i giovani, chiamati a non arrendersi in un tempo fragile e confuso.
Ci sono parole che passano inosservate, sommerse dal rumore.
E poi ce ne sono altre che, pur dette a bassa voce, restano.
Quelle pronunciate dal Presidente Sergio Mattarella nel discorso di fine anno appartengono a questa seconda categoria.
Ascoltandole da trentenne, con addosso il peso di una generazione cresciuta tra crisi economiche, precarietà cronica, promesse mancate e una politica spesso incapace di guardare oltre il proprio tornaconto, ho avuto una sensazione rara: quella di essere chiamato in causa sul serio.
“La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi.”
Non è uno slogan. È una responsabilità. Ed è forse la frase più forte di tutto il discorso.
Mattarella non assolve nessuno, non accarezza, non illude. Ricorda che viviamo in un tempo difficile, globale, interdipendente, fragile. Un tempo in cui economia, clima, tecnologia, pandemie e terrorismo non sono più parole lontane, ma realtà che entrano ogni giorno nelle nostre vite. E lo fa senza toni apocalittici, ma con una lucidità che oggi appare quasi rivoluzionaria.
In mezzo a una politica che spesso sembra camminare nella nebbia, con gli occhi bendati, il Presidente resta una delle poche menti capaci di indicare una direzione senza urlare.
Il passaggio più potente, però, è quello rivolto ai giovani. A noi.
A chi viene spesso raccontato come disilluso, arrabbiato, distante.
“Non rassegnatevi.”
È una frase semplice, ma detta con il peso di chi conosce la storia del Paese. Mattarella ci invita a essere esigenti, coraggiosi, a scegliere il nostro futuro. Non ci promette scorciatoie, non ci dice che sarà facile. Ci chiede, piuttosto, di sentirci parte di una storia più grande, la stessa che ottant’anni fa portò una generazione a costruire l’Italia moderna dalle macerie della guerra.
Da trentenne, queste parole non suonano retoriche. Suonano necessarie.
Perché oggi il rischio più grande non è la rabbia, ma la rassegnazione.
Non è il conflitto, ma l’indifferenza.
In un Paese spesso diviso, stanco, disorientato, il Presidente della Repubblica riesce ancora a fare ciò che la politica sembra aver dimenticato: parlare al senso civico, ricordarci che la democrazia non è un’eredità garantita, ma un impegno quotidiano.
“Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia.”
Crederci non è ingenuo. È necessario.
E forse, oggi più che mai, è proprio da queste parole sobrie e ferme che vale la pena ripartire.
Buon 2026.
Con più responsabilità.
E con meno nebbia.
DECO
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