Venezuela, libertà dopo 26 anni di regime: quando la storia pesa più del diritto internazionale

 

Ci sono momenti in cui la storia irrompe con forza e rende insufficienti le parole della diplomazia. Quello che sta accadendo in Venezuela in questi giorni non può essere ridotto a un dibattito tecnico su confini, trattati o diritto internazionale, perché prima delle regole ci sono le persone. E il popolo venezuelano, per oltre ventisei anni, ha pagato un prezzo altissimo.

Chi oggi si indigna solo per le violazioni formali dimentica — o sceglie di dimenticare — un Paese piegato dalla repressione, dalla fame, dagli arresti politici, dalle torture, dai morti e da uno degli esodi più grandi della storia recente dell’America Latina. Per milioni di venezuelani il diritto internazionale è rimasto una parola vuota mentre venivano calpestati i diritti più elementari: mangiare, curarsi, parlare, dissentire.

Tutto comincia alla fine degli anni Novanta, quando Hugo Chávez sale al potere promettendo riscatto sociale e giustizia per gli ultimi. Quelle promesse nascono in un contesto reale di disuguaglianze e corruzione, e per un periodo sembrano trovare sostegno grazie alle enormi entrate del petrolio. Ma col passare degli anni il potere si concentra, le istituzioni vengono piegate, l’opposizione delegittimata, l’informazione controllata. La democrazia smette di essere una pratica e diventa una facciata.

Alla morte di Chávez, Nicolás Maduro eredita un sistema già fragile e lo trasforma in un regime chiuso. Elezioni contestate, Parlamento svuotato, magistratura asservita, esercito politicizzato. Intanto l’economia collassa, l’inflazione divora i salari, cibo e medicinali diventano beni rari. Protestare significa rischiare il carcere, parlare significa esporsi, restare significa spesso sopravvivere.

In questo contesto, parlare di sovranità senza parlare di responsabilità diventa ipocrisia. Uno Stato che non protegge i suoi cittadini ma li perseguita ha già tradito la propria sovranità molto prima di qualsiasi intervento esterno.

Detto questo, sarebbe altrettanto sbagliato raccontare ciò che sta accadendo come una favola di liberazione guidata dagli Stati Uniti. La storia dell’America Latina insegna che Washington non agisce per altruismo né per amore dei diritti umani. Gli Stati Uniti hanno sostenuto dittature, rovesciato governi democratici, destabilizzato intere regioni quando questo serviva ai loro interessi economici e strategici. Pensare che oggi il Venezuela faccia eccezione sarebbe ingenuo.

Gli USA non sono liberatori, ma una potenza che difende i propri interessi. E proprio per questo è legittimo temere che, caduto un regime autoritario, il Paese possa ritrovarsi sotto nuove forme di influenza, dipendenza o controllo. Criticare Maduro non significa assolvere Washington. Le due cose possono e devono stare insieme.

Eppure una verità resta centrale e non può essere oscurata: Maduro era un dittatore, il suo regime era illegittimo e il popolo venezuelano aveva diritto a una fine di quell’incubo. Chi oggi festeggia non celebra una bandiera straniera, ma la possibilità di respirare, di non avere paura, di tornare a sperare in una vita normale.

La parte più difficile, però, comincia adesso. Far cadere un regime è solo l’inizio. Ricostruire istituzioni credibili, ristabilire la fiducia, garantire giustizia senza vendetta, evitare che nuovi poteri — interni o esterni — si sostituiscano a quelli vecchi è la vera sfida che attende il Venezuela.

Il grido “Venezuela es libre” nasce da anni di dolore, non da calcoli geopolitici. Chi lo giudica dall’alto, senza aver mai fatto la fila per il pane o temuto un arresto per un’opinione, dovrebbe fermarsi un momento. La libertà non nasce mai perfetta, ma l’oppressione è sempre riconoscibile. E il popolo venezuelano sa bene da cosa si sta cercando di liberare.


✍️ Lumi


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