Madsen, Naqvi, Smuts: è davvero questa la Nazionale italiana?

 

Proviamo a essere onesti.

Se vi leggessero questi nomi senza dirvi altro — Wayne Madsen, Syed Zain Abbas Naqvi, Jon-Jon Smuts, Jaspreet Singh — pensereste davvero all’Italia?

Probabilmente no.

E invece sono loro a rappresentare il nostro Paese ai Mondiali di cricket. In maglia azzurra. Con l’inno italiano prima della partita.

È davvero questa la Nazionale italiana?

La domanda può sembrare provocatoria. Ma è la stessa che molti si fanno leggendo la rosa.

Il cricket tornerà alle Olimpiadi nel 2028. Nel frattempo l’Italia ha partecipato per la prima volta a un Mondiale T20, facendo parlare di sé per risultati sorprendenti. Una squadra competitiva, organizzata, tecnicamente solida. Un movimento in crescita. Una realtà che esiste, anche se pochi lo sanno.

La Nazionale è selezionata dalla Federazione Cricket Italiana ed è affiliata all’International Cricket Council. Le regole sono chiare: per giocare bisogna essere cittadini italiani o rispettare i criteri internazionali di eleggibilità. Non c’è nulla di irregolare. Non c’è nulla di fittizio.

Eppure il dibattito resta.

Perché quei cognomi raccontano un’altra storia rispetto a quella a cui siamo abituati nello sport azzurro. Raccontano un’Italia che non è più monocromatica. Raccontano un Paese dove il cricket è cresciuto grazie alle comunità provenienti da India, Pakistan, Sri Lanka, Regno Unito, Australia. Raccontano seconde generazioni, doppie cittadinanze, percorsi migratori.

La rosa completa parla chiaro: Wayne Madsen (capitano), Marcus Campopiano, Gian Piero Sergio Meade, Zain Ali, Ali Hasan, Crishan Jorge, Harry Manenti, Anthony Mosca, Justin Mosca, Syed Zain Abbas Naqvi, Benjamin Davey Manenti, Jaspreet Singh, Jon-Jon Trevor Smuts, Grant Stewart, Thomas Jack Draca.

Sono italiani?

Sì, secondo la legge e secondo i regolamenti sportivi.

Sono “italiani” nell’immaginario collettivo?

Qui la risposta diventa meno automatica.

Il cricket è il secondo sport più seguito al mondo, ma in Italia è ancora percepito come estraneo. Non è il calcio delle piazze, non è la pallavolo delle scuole. È uno sport globale che nel nostro Paese è cresciuto lontano dai riflettori, nei campi periferici, nelle comunità straniere, nei tornei semi-sconosciuti.

E oggi quella realtà bussa alla porta delle Olimpiadi.

Il formato T20 — partite rapide, ritmo serrato, spettacolo concentrato — ha reso il cricket moderno e televisivo. L’Italia si è inserita in questo scenario con una squadra che unisce esperienza internazionale e sviluppo interno.

La vera provocazione, però, non è nei cognomi.

La vera provocazione è questa: siamo pronti ad accettare che la Nazionale italiana possa non assomigliare all’Italia che avevamo in testa?

Lo sport, da sempre, è specchio della società. Se la società cambia, cambiano anche le sue rappresentative. Il cricket azzurro non divide per ciò che è. Divide per ciò che ci costringe a guardare.

Un’Italia diversa.

Più globale.

Più complessa.

Meno rassicurante per chi ama categorie semplici.

Forse il punto non è chiedersi se sia “davvero” la nostra Nazionale.

Forse il punto è chiedersi quale idea di Italia vogliamo difendere.

E mentre il cricket si prepara a tornare olimpico, l’azzurro sta già scrivendo una storia che va oltre il campo. Una storia che può piacere o meno, ma che esiste. E che, risultati alla mano, sta cominciando anche a vincere.



✍️ Vero

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