Negli ultimi giorni, sotto articoli di giornale e post che riportavano la notizia della morte di Camilla, abbiamo letto commenti e visto contenuti che nulla hanno a che fare con il cordoglio. Commenti no vax, allusioni, richiami al cosiddetto “karma” e post che utilizzano immagini di persone scomparse per sostenere tesi ideologiche.
Camilla, oltre a essere una nostra amica, è stata anche una collaboratrice di piazzettaonline. Ed è da qui che nasce questa riflessione: non per alimentare polemiche, ma per mettere un punto fermo.
Camilla era una nostra amica.
Ed è stata anche, in passato, una collaboratrice di piazzettaonline. Una ragazza di 31 anni, una vita interrotta troppo presto, un vuoto che in questi giorni pesa come un macigno su chi l’ha conosciuta, voluta bene, accompagnata anche solo per un tratto del suo cammino.
Per questo vedere la sua foto circolare sui social, strappata al dolore reale e usata come strumento di propaganda da ambienti no vax, provoca rabbia. Una rabbia profonda, umana, inevitabile.
Non per una questione ideologica.
Ma per una questione di rispetto.
Camilla non può più parlare. Non può spiegare, chiarire, difendersi. Non può raccontare la sua storia, che è fatta di molto più di una singola immagine o di una frase estrapolata. E proprio per questo usarla oggi come simbolo, come bandiera, come “prova” a sostegno di tesi precostituite è un gesto che ferisce due volte: lei e chi le vuole bene.
Una persona non è un manifesto.
Una morte non è un argomento da social.
Un dolore vero non può diventare materiale per like, condivisioni o battaglie personali.
Dietro quella foto c’è Camilla.
C’è una ragazza con una vita, affetti, sogni, fragilità. C’è una famiglia che soffre. Ci sono amici che stanno elaborando una perdita improvvisa. C’è il silenzio che dovrebbe accompagnare certi momenti, e che invece viene violato da commenti cinici e parole pronunciate senza alcun senso di responsabilità.
Non spetta a nessuno appropriarsi dell’immagine di Camilla per raccontare una storia che non è la sua. Non spetta a nessuno piegare una vita reale a una narrazione utile solo a confermare le proprie convinzioni.
Difendere la memoria di Camilla oggi significa una cosa sola: lasciarla in pace.
Lasciare che il suo ricordo resti dove deve stare: nel cuore di chi l’ha conosciuta, non nelle polemiche di chi non l’ha mai incontrata.
Questo articolo non è una polemica.
È una richiesta semplice e netta: fermatevi.
Perché il rispetto non è un’opinione.
E perché il dolore degli altri non è terreno di conquista

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