Pozzuoli si svegliava sempre prima dei suoi abitanti.
Il porto respirava già quando il sole non aveva ancora superato le colline: le funi delle navi scricchiolavano tese, i gabbiani stridevano come sentinelle inquiethe, l’odore del mare si mescolava a quello acre delle fornaci e allo zolfo che saliva dalla terra, come un respiro antico.
La città sembrava costruita sopra un corpo vivo.
Il suolo tremava appena sotto i passi, le mura sudavano umidità, le pietre conservavano il calore del giorno prima. Qui Roma non aveva cancellato tutto: aveva sovrapposto il suo ordine a un caos più vecchio, più ostinato.
Il cortile dove Paolo fu condotto era ampio, chiuso su tre lati da muri scrostati e su uno aperto verso il mare. Al centro una cisterna, attorno casse, lance appoggiate male, elmi abbandonati a terra. Non era un luogo di bellezza, ma di attesa. Di passaggio.
Paolo si fermò lì, in piedi, le mani legate davanti. Inspirò lentamente. L’aria era pesante, ma vera. Viva.
I soldati entravano e uscivano, parlavano a bassa voce, controllavano le cinghie dei sandali, affilavano lame che forse non avrebbero usato quel giorno. Alcuni lo guardavano di sfuggita, altri lo fissavano senza vergogna, come si guarda qualcosa che non si comprende.
Poi arrivò Giulio.
Attraversò il cortile con passo misurato. Ogni gesto era necessario, nessuno superfluo. Si fermò al centro, osservò il cielo, il mare, i suoi uomini. Solo alla fine posò lo sguardo su Paolo.
— Oggi non si esce — disse. — La giornata sarà trascorsa qui.
— Si controllano i rifornimenti, si preparano i carichi, si pianifica il viaggio. Roma non si raggiunge improvvisando.
Un mormorio serpeggiò tra i soldati.
Giulio si rivolse a Paolo:
— Tu resterai nel cortile. Sempre sotto sorveglianza.
— Come desideri — rispose Paolo.
— Non è un favore. È una precauzione.
— Lo so.
Giulio fece un cenno secco e si allontanò, lasciando dietro di sé una tensione ordinata, romana, che nessuno osava sciogliere.
Il tempo cominciò a scorrere lento.
Un soldato si sedette vicino alla cisterna, asciugandosi il sudore dalla fronte. Era giovane, ma con occhi già stanchi.
— Marcus Vibius — disse infine. — Così mi chiamo.
Non perché tu debba ricordarlo. Solo… perché oggi mi va di dirlo.
— I nomi contano — rispose Paolo. — Sono la prima cosa che la guerra cerca di togliere.
— Vengo dalla Campania interna. Colline, vigneti. Pensavo che il mondo fosse quello.
Poi mi hanno mandato in Siria.
— Siria romana — disse Paolo piano. — Provincia la chiamate. Ma è una ferita aperta.
Marcus Vibius annuì.
— Sabbia, città assediate, strade presidiate, gente che non parlava più se non a bassa voce.
Ovunque la stessa paura.
— Oggi la chiamereste ancora Siria — disse Paolo — e vedreste ancora le stesse cose. Cambiano i vessilli, non i morti.
Un soldato più robusto, barba incolta, si avvicinò.
— Titus Flavius — disse. — E io ho visto la Giudea.
Marcus deglutì.
— Dicono sia un inferno.
— Lo è — rispose Titus Flavius. — Non per il caldo. Per l’odio.
Ogni strada una trappola. Ogni casa una minaccia.
Ci dicevano che portavamo ordine.
— E cosa hai portato davvero? — chiese Paolo.
Titus Flavius rimase in silenzio.
— Paura. E me la sono riportata addosso.
Un terzo soldato, rimasto fino ad allora in disparte, parlò senza alzare la voce.
— Gaius Septimius.
Io ho marciato in Mesopotamia, tra i due fiumi. Terra antica, ricca.
La chiamano culla delle civiltà… e noi l’abbiamo trattata come una tomba.
Paolo abbassò lo sguardo.
— Là gli uomini combattono da quando hanno imparato a scrivere — disse. — E scrivono ancora di guerre che non finiscono.
— I comandanti dicevano che serviva a prevenire rivolte — continuò Gaius Septimius.
— Ma ogni villaggio bruciato era una rivolta che nasceva.
Marcus Vibius guardò Paolo.
— Tu parli come se sapessi tutto questo.
— Perché l’ho visto — rispose Paolo. — Negli occhi degli uomini.
Gli stessi che vedranno altri eserciti tra cent’anni, tra mille.
Titus Flavius scosse il capo.
— Allora a che serve Roma?
— A dimostrare — disse Paolo — che anche l’impero più grande ha paura di perdere il controllo.
— E noi? — chiese Marcus Vibius. — A cosa serviamo noi?
Paolo guardò il mare oltre il muro del cortile.
— Servite a ricordare che la guerra non nasce dagli dèi.
Nasce dagli uomini quando smettono di parlarsi.
— In Armenia — riprese Titus Flavius — combattevamo uomini che mangiavano, piangevano, speravano come noi.
Eppure li chiamavamo nemici.
— Oggi li chiamereste allo stesso modo — disse Paolo. — In Armenia, in Siria, in Giudea.
Le terre restano. Il sangue cambia generazione.
Marcus Vibius strinse i pugni.
— E tu vai a Roma per dire questo?
— Vado a Roma per dire che la violenza non salva nessuno — rispose Paolo.
— So che mi ascolteranno poco.
Ma anche un solo uomo che dubita può fermare una catena.
Un passo deciso interruppe il silenzio.
Giulio era lì, immobile.
— Avete parlato abbastanza — disse.
I soldati si alzarono lentamente.
Giulio fissò Paolo.
— Le tue parole camminano più veloci dei tuoi piedi.
— Per questo mi avete incatenato — rispose Paolo.
Giulio non aggiunse altro.
Si voltò e si allontanò.
I soldati restarono in silenzio.
Marcus Vibius sussurrò:
— Qualunque cosa tu dica a Roma… noi la porteremo con noi.
Paolo annuì appena.
— È già abbastanza.
Il mare continuava a muoversi lento.
E il viaggio verso Roma, senza ancora cominciare, aveva già scavato dentro di loro.
Il mercato e il denaro
Il mercato di Pozzuoli era un ventre aperto.
Bancarelle strette una all’altra, tende logore tirate con corde sfilacciate, ceste colme di frutta lucida come metallo appena fuso.
Il rumore era continuo: voci che contrattavano, monete che tintinnavano, animali che si dibattevano, bambini che correvano scalzi tra le gambe degli adulti.L’odore era denso: pane caldo, pesce, sudore, spezie venute da lontano.
Qui il mare diventava denaro, il denaro diventava potere, e il potere diventava silenzio per chi non ne aveva.
Paolo camminava accanto a Giulio.
Niente catene evidenti, solo due soldati a distanza. Agli occhi della folla erano due uomini come tanti. Ma entrambi sentivano che quel luogo era più pericoloso di una strada armata.
Un mercante stava mostrando stoffe pregiate a una donna ingioiellata.
— Guarda come cade — diceva. — È degna di una matrona di Roma.
Poco più in là, un vecchio fissava una cesta di pane. Non parlava. Non si avvicinava. Guardava soltanto.
Paolo si fermò.
— Vedi? — disse piano a Giulio. — Qui non serve la spada.
Giulio osservò la scena.
— Il mercato è ordine — rispose. — Ognuno prende ciò che può pagare.
— No — disse Paolo. — Ognuno prende ciò che gli è permesso dalla sua nascita.
Un venditore gridava:
— Abbondanza! Abbondanza per chi può permettersela!
Giulio aggrottò la fronte.
— È sempre stato così.
— È questo che spaventa — rispose Paolo. — Che sembri normale.
Passarono accanto a un banco colmo di fichi e melograni. Alcuni erano già troppo maturi, spaccati, destinati a marcire entro sera.
— Domani saranno buttati — disse Paolo.
— Non possono venderli a meno — ribatté Giulio. — Perderebbero valore.
Paolo lo guardò.
— Il cibo perde valore solo quando lo si guarda come merce e non come vita.
Una donna tirava per la tunica un mercante.
— Non ho abbastanza — supplicava. — I bambini non mangiano da ieri.
Il mercante scosse la testa.
— Torna quando avrai monete.
Giulio distolse lo sguardo.
— Roma vive di scambi — disse. — Senza denaro tutto crollerebbe.
— Eppure — rispose Paolo — il mondo non crolla per mancanza di cibo, ma per accumulo.
C’è chi ha granai pieni e chi conta i giorni senza pane.
— Parli come se fosse una colpa possedere — ribatté Giulio.
— È una colpa dimenticare — disse Paolo. — Dimenticare che l’abbondanza non è merito, ma occasione.
Si fermarono davanti a un banco di oggetti inutili: amuleti, specchi lucidissimi, piccoli idoli di terracotta.
— Guarda — disse Paolo. — Qui si vende ciò che promette felicità senza darla.
Oggi come ieri.
Giulio prese in mano uno specchio.
— Vanità — disse. — Gli uomini vogliono vedersi migliori di ciò che sono.
— O distrarsi dal vuoto — rispose Paolo. — Più possiedono, più temono di perdere.
Un giovane schiavo passò portando un cesto troppo grande per lui. Barcollava.
— Quanto costa? — chiese Paolo al mercante.
— Più di quanto possa permettersi — rispose l’uomo, ridendo.
Paolo non rise.
— Un giorno — disse — gli uomini accumuleranno così tanto da non sapere più cosa farne.
E altri moriranno affamati guardando banchi colmi.
Giulio lo fissò.
— Parli come se vedessi il futuro.
— Vedo l’uomo — rispose Paolo. — Ed è sempre lo stesso.
Rimasero in silenzio mentre la folla continuava a muoversi.
Il mercato non si fermava mai. Cambiava solo i volti.
— Sai cosa rende questo luogo pericoloso? — chiese Giulio infine.
— Dimmi.
— Fa credere che tutto abbia un prezzo.
Paolo annuì.
— Ed è la menzogna più grande.
La vita non è in vendita.
Ma molti passano l’esistenza a provarci.
Un bambino si avvicinò, tendendo la mano.
Giulio esitò. Poi mise una moneta nel palmo sporco.
Paolo lo guardò.
— Non cambierà il mondo.
— Lo so — rispose Giulio.
— Ma cambia chi la compie.
Si allontanarono lentamente, inghiottiti di nuovo dalla folla.
Alle loro spalle il mercato continuava a gridare, vendere, accumulare.
Davanti a loro, una strada che prometteva meno rumore…
e più verità.
🔔 Continua ℹ️ Avvertenza ai lettori Questo racconto è un’opera di fantasia. La narrazione si ispira ai viaggi storici di San Paolo Apostolo e al suo percorso verso Roma, così come riportato nelle fonti antiche, intrecciando immaginazione narrativa, contesto storico e tradizione locale. I luoghi, i personaggi e gli avvenimenti ambientati nelle terre dell’odierna Casale di Carinola sono frutto di ricostruzione letteraria e non costituiscono una ricostruzione storica documentata. Il racconto non intende affermare certezze storiche, ma immaginare un passaggio, dando voce alla memoria dei luoghi e al loro valore simbolico.

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