Negli ultimi mesi, nella provincia di Caserta, si sente parlare spesso dell’inchiesta chiamata “Primaset”. Un nome che può sembrare tecnico o distante, ma che in realtà riguarda un tema molto concreto e vicino ai cittadini: il modo in cui, secondo la magistratura, sarebbero stati raccolti voti durante una campagna elettorale.
L’inchiesta è coordinata dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e riguarda le elezioni comunali svoltesi a Castel Volturno nel giugno del 2024. Secondo gli investigatori, in quella occasione non ci sarebbe stata solo una normale competizione politica, ma anche un sistema organizzato per orientare il voto, basato su promesse, favori e benefici personali.
Per capire di cosa si parla, è utile spiegare cosa significa “voto di scambio”. In parole semplici, si parla di voto di scambio quando un voto viene dato non per convinzione politica, ma in cambio di qualcosa: soldi, regali, un posto di lavoro, un favore, o la promessa di un vantaggio futuro. È un reato grave perché altera il principio fondamentale della democrazia, cioè la libertà del voto.
Secondo l’accusa, durante la campagna elettorale di Castel Volturno sarebbero avvenuti diversi incontri tra candidati, amministratori e persone incaricate di “portare voti”. Questi incontri si sarebbero svolti in luoghi informali come bar, abitazioni private o strutture ricettive. In quei contesti, sempre secondo la ricostruzione della Procura, sarebbero stati concordati sostegni elettorali in cambio di denaro, beni materiali o promesse legate alla futura gestione del Comune.
Con la chiusura delle indagini preliminari, la Procura ha notificato l’avviso di fine indagini a nove persone. Tra gli indagati compaiono nomi molto noti nella politica locale e provinciale. C’è Giovanni Zannini, consigliere regionale della Campania; Pasquale Marrandino, sindaco di Castel Volturno; Vincenzo Caterino, sindaco di San Cipriano d’Aversa; e Giulio Natale, vicesindaco della stessa città. Accanto a loro figurano anche cittadini ritenuti, dagli inquirenti, intermediari nella raccolta dei voti.
È importante chiarire un punto fondamentale: essere indagati non significa essere colpevoli. La legge stabilisce che ogni persona è innocente fino a una sentenza definitiva. L’avviso di fine indagini serve a comunicare che la Procura ritiene di aver raccolto elementi sufficienti per andare avanti, ma il giudizio spetterà ai tribunali.
Secondo quanto emerge dagli atti, in alcuni casi i voti sarebbero stati pagati in contanti, in altri sarebbero stati offerti regali o promesse di utilità future, come incarichi o favori amministrativi. La raccolta del consenso, sempre secondo l’accusa, non sarebbe stata casuale ma organizzata attraverso punti di riferimento sul territorio, capaci di controllare pacchetti di voti.
L’inchiesta Primaset non è però un caso isolato. Si collega ad altri procedimenti giudiziari che riguardano alcuni degli stessi protagonisti. In particolare, per Giovanni Zannini esiste un fascicolo separato in cui la Procura ipotizza reati come corruzione e concussione, per fatti diversi ma che, secondo gli inquirenti, contribuirebbero a delineare un quadro più ampio di gestione del potere e dei rapporti politici.
Dal punto di vista giudiziario, ora si entra in una fase decisiva. Gli indagati possono presentare difese e chiarimenti, dopodiché la Procura deciderà se chiedere il rinvio a giudizio. Dal punto di vista politico e sociale, invece, gli effetti si vedono già. L’inchiesta ha riaperto un dibattito profondo sulla credibilità delle istituzioni locali, sulla fragilità di alcuni territori e sul rapporto tra politica e bisogno sociale.
In una provincia come quella di Caserta, segnata negli anni da scioglimenti di consigli comunali e indagini per infiltrazioni criminali, Primaset non viene percepita come una vicenda lontana, ma come l’ennesimo campanello d’allarme. Al di là di come finirà nei tribunali, l’inchiesta pone una domanda che riguarda tutti: che tipo di politica si vuole costruire e quanto vale, davvero, il voto di ogni cittadino.
✍️ Lumi
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