Il marmo di Mondragone, la pietra delle nostre montagne che ha costruito la storia



Quando si parla delle ricchezze di Mondragone, il pensiero corre naturalmente al mare, alle campagne, al Falerno e alle tradizioni del territorio. Esiste però un'altra ricchezza, meno conosciuta e forse proprio per questo ancora più affascinante: la pietra delle nostre montagne.

Per secoli, dalle cave del territorio di Mondragone e del Monte Petrino sono stati estratti marmi e pietre ornamentali destinati a chiese, palazzi e grandi complessi monumentali. Una parte di quelle pietre ha percorso le strade dell'antico Regno di Napoli per entrare nei grandi cantieri della monarchia borbonica e diventare parte integrante di edifici che ancora oggi rappresentano alcuni dei più importanti patrimoni artistici della Campania.

Non si trattava di un unico materiale. Le fonti storiche descrivono diverse varietà provenienti dalle cave di Mondragone, con colori e caratteristiche differenti: dal giallo al grigio, dal cenerino al bianco venato, fino alle tonalità più scure. Tra queste troviamo anche il cosiddetto Mondragone nero, legato alle cave del Monte Petrino.

La testimonianza più importante è senza dubbio la Reggia di Caserta. Nel grande palazzo progettato da Luigi Vanvitelli il marmo proveniente da Mondragone è presente in numerosi elementi architettonici e decorativi. La documentazione ufficiale della Reggia cita espressamente il marmo grigio di Mondragone utilizzato negli ambienti monumentali, nelle soglie e negli apparati decorativi degli Appartamenti Reali. In altri ambienti compare invece il Mondragone giallo e, soprattutto, il caratteristico Mondragone nero.

La Cappella Palatina offre una testimonianza particolarmente interessante perché le descrizioni storiche permettono di individuare persino le diverse varietà utilizzate. Il Mondragone nero venne impiegato per alcuni zoccoli e per le mostre di porte e finestre, mentre il Mondragone giallo fu utilizzato per i fusti delle colonne.

Ma nella Reggia non è rimasta soltanto la pietra. È rimasta anche la memoria delle cave da cui proveniva. Una testimonianza pittorica settecentesca conservata nelle collezioni della Reggia raffigura infatti le cave di marmo di Mondragone, mostrando i blocchi estratti e le operazioni legate al loro trasporto. È una testimonianza straordinaria perché ci permette di vedere, attraverso gli occhi dell'epoca, il paesaggio e il lavoro che trasformavano le montagne di Mondragone in materia prima per i grandi cantieri del Regno.

Il viaggio del nostro marmo non si fermò a Caserta. A Napoli lo ritroviamo in uno dei luoghi più riconoscibili della città: la Basilica Reale Pontificia di San Francesco di Paola, affacciata su Piazza del Plebiscito. Il grande colonnato della basilica comprende oltre trenta colonne monumentali, alte circa undici metri, realizzate con marmo proveniente da Mondragone. È difficile immaginare un collegamento più diretto tra il nostro territorio e la grande architettura della capitale del Regno: una pietra estratta dalle montagne di Mondragone divenne parte integrante dello scenario monumentale che ancora oggi caratterizza il cuore di Napoli.

Il marmo di Mondragone è inoltre documentato nel Palazzo Reale di Napoli e nel Real Sito di Capodimonte, a conferma della sua presenza nei principali cantieri legati alla corte borbonica.

Un'altra testimonianza importante si trova nel Real Sito di Carditello, dove il marmo di Mondragone compare in diversi elementi. È documentato, tra gli altri manufatti, un camino del 1791 realizzato in marmo di Mondragone. Le fonti storiche ricordano inoltre elementi realizzati con marmo cinericio di Mondragone, a dimostrazione della varietà dei materiali che dalle cave raggiungevano le residenze reali.

La diffusione di questa pietra non riguardò però soltanto i palazzi della monarchia. Il marmo di Mondragone entrò anche nelle chiese e negli edifici religiosi del territorio. A Capua, nella Basilica Cattedrale, i marmi di Mondragone sono presenti nelle tre porte di accesso. A Casapulla, nella chiesa di Sant'Elpidio Vescovo, è documentato un battistero realizzato nel 1790 in marmo di Mondragone. A Caserta, nel complesso di Sant'Agostino, la documentazione storica ricorda sei colonne di marmo proveniente da Mondragone, legate agli interventi dell'epoca di Luigi Vanvitelli.

E naturalmente la pietra delle montagne è presente anche a Mondragone. Nella Basilica Minore di Santa Maria Incaldana sono ancora oggi documentati elementi realizzati con il marmo locale, tra cui il battistero e la relativa balaustra.

Tra le varietà più interessanti c'è proprio il grigio di Mondragone, un materiale che meriterebbe una maggiore conoscenza e valorizzazione. Siamo abituati a pensare al marmo soprattutto come a una pietra bianca, ma quello di Mondragone poteva presentarsi con tonalità molto diverse, dal giallo al grigio, con venature e caratteristiche cromatiche che ne facevano un materiale particolarmente apprezzato per gli ambienti monumentali.

Il fatto che il grigio di Mondragone sia documentato all'interno della Reggia di Caserta assume quindi un significato particolare. Significa che, attraversando gli ambienti del palazzo, osservando una soglia, una cornice o un elemento marmoreo, possiamo trovarci davanti a una pietra estratta dalle montagne che dominano il nostro territorio.

La ricerca porta inoltre a una scoperta interessante anche fuori dalla Campania. Nel Museo Luigi Bombicci dell'Università di Bologna è conservato un campione catalogato proprio come "Marmo di Mondragone", entrato nella collezione nel XIX secolo. È una testimonianza che dimostra come il materiale fosse conosciuto e studiato anche al di fuori del territorio nel quale veniva estratto.

Bisogna però fare attenzione a non confondere il nome Mondragone con la provenienza della pietra. Un esempio curioso è quello dell'Antinoo Mondragone conservato al Louvre di Parigi. Nonostante il nome possa trarre in inganno, quella denominazione non indica il marmo delle cave campane: la scultura era infatti conservata nella Villa Mondragone presso Frascati. Per questo, quando si ricostruisce la storia del nostro marmo, è fondamentale affidarsi alle fonti e distinguere il nome del materiale da quello dei luoghi nei quali un'opera è stata conservata.

La storia del marmo di Mondragone racconta dunque molto più di una semplice attività estrattiva. Racconta un territorio che per secoli ha fornito una materia prima preziosa ai grandi cantieri dell'epoca. Racconta il lavoro dei cavatori, degli scalpellini, dei trasportatori e delle maestranze che trasformavano la roccia delle montagne in elementi destinati a palazzi, chiese e residenze reali. Racconta il legame tra Mondragone, Caserta, Napoli e la grande stagione artistica e architettonica dei Borbone.

E racconta soprattutto una storia che è ancora visibile.

Le nostre montagne non sono rimaste soltanto sullo sfondo dei paesaggi che conosciamo. Una parte di esse è stata estratta, lavorata e portata lontano, diventando colonne, pavimenti, soglie, camini, altari e decorazioni.

Per questo, la prossima volta che entreremo nella Reggia di Caserta o ci troveremo davanti al colonnato di San Francesco di Paola, potremmo guardarli con occhi diversi. Perché tra quelle architetture monumentali, accanto alla grandezza di Vanvitelli e alla storia dei Borbone, c'è anche un pezzo di Mondragone.

Un pezzo delle nostre montagne.

Una pietra che, ancora oggi, continua a raccontare la storia del territorio da cui è nata.

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